martedì 28 maggio 2013

Stasera riabbraccio i Big Country: I've stood Alive!

Quella di oggi per me è una grandissima giornata: i Big Country tornano a suonare in Italia dopo… non so nemmeno più quanto. Non c'è più Stuart, Tony ha lasciato e io per riassaggiare la mia rabbia di tanti anni fa e il dolore per aver visto scomparire uno dei talenti più straordinari e misconosciuti del rock nel silenzio e nella solitudine, quello di Stuart Adamson, lo scorso anno me ne ero andato in Scozia al Barrowland di Glasgow per urlare 'Stay Alive…', come facevo venticinque anni fa quando li seguivo praticamente per tutto il loro tour. Era il tour che festeggiava i 30 anni del loro primo disco. I due concerti di Glasgow al Barrowland e di Dunfermline all'Alhambra sono stati una gioia immensa per me… Solitaria e molto personale. Da non dividere con nessuno.
I Big Country, e Adamson in particolare (a destra il graffito che gli è stato dedicato dai tifosi del Dunfermline F.C., squadra della quale Stu era tifoso e nella quale aveva giocato da giovane) , hanno profondamente influenzato il mio modo di ascoltare musica e persino quello di scrivere. Quella di oggi è un'altra band, "Another Country" canta giustamente Mark Peters che da uomo onesto e generoso qual è non
ha mai voluto prendere un posto come quello di Stuart, insostituibile. Ma io sono felice perché pur con tanti amici assenti i Big Country restano una band strepitosa, di grande generosità capace di incantare enormi platee come quelle che li applaudirono prima dei Rolling Stones. Nel 2000, all'ultima data del Final Fling  Tour al Barrowland io  c'ero… e ho pianto. Non è accaduto spesso nelle centinaia di concerti che sono seguiti da allora.
Stasera qualche lacrima scenderà di nuovo: e pazienza se al piccolo Tunnel di Milano (dove tanti anni fa ho suonato persino io, il che è tutto dire), saremo pochi. Forse anche meno che al mio matrimonio (primo o secondo… cambia poco). Pazienza… perché lo spirito è quello di allora; pazienza perché la mia maglia di "The Crossing" è sgualcita ma pronta; stasera l'assenza di Stuart, la cui tragica morte mi addolora ancora oggi enormemente e mi fa pensare su come un uomo decida di vivere ma soprattutto su come e perché decida di voler morire, si sentirà un po' meno perché il suo Stay Alive gridato a gran voce per tanti anni ha avuto un senso per quanti, pochi, oggi sanno comprenderne il vero significato.

I've stood Alive. 

Questa è la fantastica "Wonderland" eseguita a Glasgow durante il loro ultimo storico concerto del "Final Fling Tour". 


martedì 30 aprile 2013

Non c'è proprio un cazzo da festeggiare...


Nonostante gli eventi imprevedibili, le assenze ingiustificabili, le mancanze insopportabili, le ingerenze inaccettabili, le ingiustizie intollerabili, le vicinanze incompatibili, le lontananze inavvicinabili, le lezioncine indifendibili, i moralismi incoerenti e sfanculabili, i ritorni inopportuni e le ririfughe insopportabili, è pur sempre un altro giorno. Me ne faccio una ragione: magari ci sarà anche.
Dedico il mio 30 aprile agli amici assenti, agli ospiti del Grand Resort Second Chance e a chi ha deciso di esserci nonostante tutto. E il tutto garantisco che molto spesso è troppo.
Come urlava un caro amico che nonostante l'invito a gran voce ha lasciato un esempio dignitoso e coerente ma discutibile, 'Stay Alive' (cit. Stuart Adamson, cantante fondatore e leader dei Big Country). E festeggio il fatto che non c'è proprio un cazzo da festeggiare. Ringrazio comunque tutti per i pensieri già arrivati e per quelli che arriveranno. 

venerdì 16 novembre 2012

Il seme che resta


Chi ci anticipa sulla strada più incerta lascia sempre qualcosa di concreto, di tangibile. Francesco ci lascia Stefano, un grande amico, una persona che di suo padre ha lo stesso senso pragmatico, la stessa onestà intellettuale e un certo disincanto per la vita per come ci sorprende, spiazza, amareggia ed esalta: spesso senza alcun senso logico. Senza alcuna coerenza.
Faccio il giornalista, ammesso che questa definizione in un'era di così bassi valori mediatici e intellettuali abbia ancora un valore e un senso: credo di no. Ma soprattutto faccio il lettore: e leggevo spesso Anniquaranta, il blog di Francesco Giaretta nel quale si leggeva il rimpianto per una dolce epoca vissuta nella sua pienezza e forse soprattutto il rincrescimento di non aver lasciato a noi, generazione di mezzo, un mondo un po' migliore più equo e giusto di quello che noi a nostra volta lasceremo a chi verrà. 
Francesco scriveva meravigliosamente, era la dimostrazione che chiunque può essere cronista del nostro tempo, con stile, lessico, immagini ricche di fascino e di colore. Spesso parlava anche di sé, di ciò in cui credeva, di ciò in cui sperava.
Sono un credente: credente e praticante. Ma sono anche divorziato, lontano da quelli che sono i sacramenti sono un cattolico di Serie B. Vivo la mia fede con ostinazione e un po' di rabbia, facendo quello che posso e quanto mi viene consentito, a volte grazie a persone di Chiesa e di fede che riconoscono nella mia ostinazione un valore.
Non so che rapporto avesse Francesco con la fede: io nonostante tutto credo. Credo e spero. Spero che le persone come lui, come sua moglie che ci ha lasciato qualche anno fa, come mio suocero Daniele, come il mio amico Franco che mi manca moltissimo, come tanti altri amici che ci hanno anticipato sulla strada più incerta sappiano starci vicini, suggerirci buoni consigli, regalarci la loro umanità in quest'epoca di gretto arrivismo e di affannosa e cieca ricerca del massimo risultato senza alcuno sforzo. 
Io credo e spero: che il solco lasciato da quanto Francesco ha passato a Stefano, e a noi, suoi amici, per quanto abbiamo avuto il privilegio di poterlo conoscere sentendolo uno di noi, lasci un'impronta, un segnale. Un seme che resti, e germogli.
E spero che qui non si sia mai troppo sordi perché le voci autorevoli, per quanto sottili, sappiano farsi cogliere. E comprendere.

Buon viaggio Francesco. Spero che ora Stefano riprenda a scrivere: c'è bisogno di menti libere, e di spazi di espressione vera.  

giovedì 27 settembre 2012

Mi ricordo, tanti tanti anni fa, un'estate a Palermo…


Non credo di avervi mai parlato di Devil: Devil è stato il mio primo cane, un meraviglioso pastore tedesco che arrivò in casa nostra ancora cucciolo insieme al suo gemello, Black, che finì invece in casa di mia zia Laura che viveva a Pegli proprio accanto a noi.
Io e Devil siamo praticamente cresciuti insieme, solo che lui è drammaticamente cresciuto in modo più rapido di me: pretendere di portare fuori un lupo di due anni quando di anni ne hai nove, non è una buona idea. Perché per quanto ubbidiente, e Devil lo era, se lui decideva che si andava a destra, collare a strozzo o no, si andava a destra. Punto. Il fatto che io fossi magro, ci crediate o no, ai limiti della presunta denutrizione e che ogni suo scossone potesse provocarmi la disarticolazione della spalla, era un fatto puramente marginale.
Devil sorvegliò il giardino e la nostra tranquillità personale per diversi anni: se qualcuno si avvicinava troppo a mio padre, anche per abbracciarlo, Devil partiva come un missile e bloccava al volo la mano del presunto aggressore. Se doveva addentare o mollare la presa lo lasciava decidere a mio papà, cui si rivolgeva immediatamente con uno sguardo.
Devil arrivava da Palermo dove viveva mia zia Edda, l'ultima nata (insieme alla sua sorella gemella Giselda), della dinastia matriarcale generata da nonna Alma, la madre di mia madre, un donnone emiliano che sfornò una raffica di figli che ogni domenica si riunivano tutti da mia zia Laura per interminabili pranzi. Più che una famiglia sembrava "Dinasty".
Soprattutto per me, che ero il nipote più piccolo di tutti: ogni zio, ne avevo sei con rispettivi consorti e famiglie, aveva il suo perché e assumeva un fascino speciale. Ne avevo così tanti, tutti diversi, oltre a questo esercito di cugini, tutti molto più grandi di me.
Mia zia Edda era "la zia lontana": viveva a Palermo in una meravigliosa villa vicino al mare, non lontano da Punta Raisi ed era proprietaria di una profumeria che sembrava un luna park in via Maqueda, la profumeria Aline.
Nei miei ricordi di bimbo, avrò avuto cinque, sei anni, ricordo un'intera estate a casa sua… Ricordo un maggiolone Volkswagen azzurro con il quale si andava a Palermo, un immenso giardino di terra rossa e grassa, con tanti alberi, un piccolo porticato che il compagno di mia zia edificò con grande orgoglio in cemento leggero e ferro battuto e che fu spazzato via da una notte di vento terribile che arrivava dall'Africa e che intonacò di polvere rossa la facciata della splendida casa in stile moresco. Quella notte di vento non risparmiò il canotto, che volò chissà dove, la mia bici con i pedali di plastica, diversi vestiti lasciati ingenuamente stesi e il porticato, del quale rimasero per ricordo, piantati a terra, quattro moncherini di cemento leggero. Troppo leggero…
Ricordo il mare, così diverso da quello di Vesima e Arenzano dove andavo io, e ricordo la gente: che quando mi parlava non capivo una parola. Ricordo esclamazioni un po' bizzarre tipo "vastaso…", o qualcosa del genere, che credo significasse una roba tipo 'mascalzone'. E ricordo anche una minaccia ("a schifìo finisce!", pronunciata sempre in modo molto canzonatorio) che fu il tormentone dell'estate.
Da bambino tutto ti sembra più grande, ma la profumeria di mia zia era gigantesca. Mi ricordo di quando mia zia Edda mi appollaiava dietro la cassa e mi faceva fare il cassiere: grande onore per me, che a malapena sapevo contare. Ma prendere tutto quel denaro in mano mi faceva sentire molto importante: e poi la profumeria era spettacolosa, con un pavimento lucidissimo, di marmo, un bancone gigantesco che girava tutto intorno al salone, grandissimo; e due immensi lampadari di cristallo che piovevano dal soffitto.
Mia zia Edda, che parlava a voce altissima e fumava come una turca, aveva i capelli corti, gli occhi scuri e sapeva sempre di buono: aveva la pelle profumata ed era abbronzata anche a gennaio. Le lampade solari non esistevano.
Nel suo giardino ho passato un'intera estate a fare danni, ascoltare musica con un piccolo mangiadischi a pile (ricordo nitidamente "Io Vagabondo") e passeggiare insieme a Tencia e Blitz, la mamma e il papà di Devil. Blitz, cane da guardia inavvicinabile, mi tollerava appena; probabilmente, come Terminator, mi scansionava con i suoi terribili occhi scuri e mi giudicava non minaccioso. Mia zia Aurora ne era terrorizzata: tant'è che si teneva in camera petti di pollo e bistecche, e quando doveva uscire, per stare tranquilla, glieli tirava. Blitz non le avrebbe mai torto un capello… la mia zia milanese era il suo pusher di carne.
Tencia invece mi prendeva il polso in bocca e mi portava a spasso per il giardino come una specie di baby sitter. E quando mi sedevo per terra si sdraiava dietro di me, e aspettava che mi appoggiassi con la testa sul suo fianco.
Credo che sia stata Tencia a trasmettermi tutta questa passione che ho per i cani e gli animali in genere: mi ha svezzato. Quindi quando lei e Blitz hanno avuto dei cuccioli ho messo a perdere mio padre per averne uno. E mio papà si è dovuto imbarcare su un traghetto, che lui capitano di macchina di grandi navi da trasporto chiamava un po' offensivamente "il ferro da stiro galleggiante", per andare a prendere i cuccioli della zia.
Devil è vissuto fino a 12 anni, prima di lasciarsi andare in pochi giorni e farmi sempre desiderare di avere un altro cane. Che i miei invece non hanno voluto mai più.
A mia zia Edda mi legano tanti ricordi d'infanzia… dolcissimi: anche se era la zia lontana, quella che ho vissuto di meno e che forse per questo mi ricordo così tanto, dopo così tanto tempo.
Buon viaggio zietta…

lunedì 20 agosto 2012

N. 1174 – Foo Fighters – Codroipo, Villa Manin

Sarà l'età. O la mia o quella degli altri, ma ci sono momenti in cui mi sento davvero inadeguato a seguire il rock che mi piace e devo inevitabilmente confrontarmi con una realtà che mi sbatte in faccia il fatto che (ormai) ho 47 anni. Mi è accaduto con i Foo Fighters per via del contesto in cui mi sono sentito, purtroppo, poco a mio agio.
Ho rimpianto i loro primi concerti quando, sconosciuti e presi d'assalto più da ex fan dei Nirvana che da chi conosceva il loro primo disco, mi trovai a seguirli per l'Europa in piccoli club. Sedici anni fa... sto parlando di un'altra vita considerando tutti i casini che ho combinato nel frattempo. A Codroipo mi presento con largo anticipo per vedere anche i Gaslight Anthem, che non conoscevo ma di cui mi avevano parlato molto bene, e Bob Mould che invece ho ascoltato per molti anni... show dei quali parlerò a parte appena riesco.
Arrivo presto, ma non abbastanza: lascio la macchina a due chilometri abbondanti da Villa Manin e affronto la solita litania dei bagarini.
"Compro-vendo, vendo-compro, hai un biglietto? Ti do 30€" mi chiede uno.

"Sì, ma non te lo vendo" Rispondo.
"E perché? Poi magari fai l'elemosina a un barbone. Guarda che Gesù ti guarda anche qui" insiste.
"Lascia perdere Gesù che ha un sacco da fare, tanto non te lo vendo" taglio corto.
"E perché? Mi guadagno da vivere senza delinquere... dovresti esserne contento" aggiunge.
"Bravo, ma non te lo vendo lo stesso" concludo.
"E perché? Dai che poi entriamo insieme a divertirci e ti offro una birra" mi invita.
"No grazie". E mi si avvicina una ragazza che avrà una ventina d'anni: "Hai un biglietto da vendere? - mi chiede - perché i bagarini mi chiedono 100€ (prezzo del ticket 64€ e rotti furto dei diritti di prevendita inclusi).
"Ti piacciono i Foo Fighters?" le chiedo.
"Sì, mi risponde, sono qui con un'amica, arriviamo da Aosta. Lei il biglietto lo ha trovato. Per me è il primo concerto".
Piccina... le brillano gli occhi: "Bene, te lo regalo, divertiti".
Il tutto sotto gli occhi del bagarino che ovviamente si incazza come un toro e inizia a insultarmi in dialetto dicendo cose che per fortuna non capisco. E quando mi urla sulla faccia... "perchéééééééééé?", e già temo la rissa, con molta calma gli rispondo "perché era un regalo, e piuttosto che farci guadagnare te, lo regalo a qualcun altro".
La litania di insulti del tipo che mi diceva che Gesù mi stava guardando prosegue mentre mi incammino ai cancelli: chissà se il povero Cristo, quello vero, ha continuato a seguire la scena.
Entro e c'è una folla pazzesca: non quella di Rho dell'anno scorso ma molta più gente di quanta ne abbia mai vista a Villa Manin. Anche troppa secondo me: mi sistemo in un angolo abbastanza vicino al palco e mi vedo i Gaslight Anthem. Ma vicino ho un gruppo di ragazzi molto giovani che bevono come dei pazzi e si tirano addosso vino e birra. Qualcuno si incazza. Si sfiora la rissa anche qui. Mi sposto e vado un po' indietro e più al centro.
"Oh ma chi cazzo è 'sto vecchio grassone di merda?" dice un ragazzino alle mie spalle riferendosi al povero Bob Mould. Il ragazzino probabilmente non sa che Mould è il fondatore degli Hüsker Dü, meravigliosa rock band anni '80 che ha profondamente influenzato Grohl e che fu proprio Mould a incoraggiarlo a registrare il primo disco dei Foos dopo che ascoltò i suoi primi demo. I Foos suonano spesso cover degli Hüsker Dü... una la proposero anche al concerto di Milano dell'11 dicembre 2002 ("Never Talking to you again") con Grohl che disse... "tanto non la conosce un cazzo di nessuno". Ovviamente aveva ragione.
Al coro "oheee oheee oheee Vasco Vasco" di un gruppo di giovanissimi 'fan' che filma se stesso con i telefonini bevendo alla canna una bottiglia di Glen Grant, cambio di nuovo posto: mi sposto a destra e avanti resistendo a una ventina di metri dal palco per dieci minuti, non di più. Poi ho capito che tra birra che volava, botte da orbi e gente che ai Foos era interessata relativamente perché voleva divertirsi e far casino indipendentemente da chi suonava, mi sono tirato indietro. Trovando nel retrobottega gente come me: papà con figli di dodici anni al loro primo concerto, un sacco di 40enni e 50enni cui questa band ha restituito qualcosa.
Il gusto per una certa ribellione: forse la nostra stessa giovinezza.
Non abbiamo più l'età, porca troia, è vero. Ma quanto siamo ancora incazzati e quanto vorremmo ancora poter cambiare le cose. Siamo i veterani, ragazzi dal '62 al '75 che su "The Pretender" alzano la voce: "what if I say I will never surrender?" Perché sappiamo che cosa vuol dire, perché quella voce arriva da Clash, Bruce, Ramones, ed è sempre la stessa. Siamo ancora incazzati: e molto. Anche se abbiamo smesso di sbronzarci da un pezzo.

Il concerto di Codroipo: è stato strepitoso, meraviglioso. Le parole non rendono anche perché i Foos io li seguo da sempre e dovrei accrescere ogni aggettivo, ingigantire la mia impressione. Li ho visti a Modena la prima volta a una specie di festival nel 1995 sentendo il bisogno fisico di andarli a rivedere a Parigi, quindi a Londra, poi a Glasgow e non li ho mai più lasciati. Anche perché i loro gusti sono un po' i miei: Killing Joke, Nine Inch Nails, Gary Numan (al loro primo show che vidi suonarono 'Down in the Park'!), Hüsker Dü, Tom Petty, Neil Young con i Crazy Horse.
Quindi qualsiasi recensione sarebbe riduttiva, parziale sotto l'aspetto del giudizio ma soprattutto sotto l'aspetto della quantità di emozioni che mi sanno ancora scatenare.
I Foo Fighters al momento sono la miglior rock and roll band del pianeta: me lo hanno confermato con le prime quattro canzoni ("White Limo", "All my Life", "Rope" e "The Pretender"). Per me il concerto poteva anche finire lì. Mi sdraiavo per terra e morivo felice.
Grazie a Dio invece hanno suonato per altre due ore regalandomi qualche chicca deliziosa: "Aurora" e "New Way Home", che da tempo non sentivo dal vivo, una splendida versione di "Generator" e due cover pazzesche: "In the Flesh?" dei Pink Floyd sparata dopo "This is a call" (che ovviamente alcuni ragazzini pensavano fosse il primo singolo loro disco nuovo), e "Breakdown" di Tom Petty ("mamma mia ma come l'ha cambiata...!" ha detto un altro bimbominkia pensando che fosse la loro "Breakdown", che invece non hanno suonato).
Sarà l'età. O la mia o quella degli altri: sto diventando intollerante. Mi farò perdonare con qualche video che sono riuscito a girare nonostante la calca e con un video che risale a non molto tempo fa e che li ritrae mentre regalano una versione meravigliosa di "Everlong" al pubblico del David Letterman Show.
What If I say I will never surrender?





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