Non credo di avervi mai parlato di Devil: Devil è stato il
mio primo cane, un meraviglioso pastore tedesco che arrivò in casa nostra ancora
cucciolo insieme al suo gemello, Black, che finì invece in casa di mia zia
Laura che viveva a Pegli proprio accanto a noi.
Io e Devil siamo praticamente cresciuti insieme, solo che
lui è drammaticamente cresciuto in modo più rapido di me: pretendere di portare
fuori un lupo di due anni quando di anni ne hai nove, non è una buona idea.
Perché per quanto ubbidiente, e Devil lo era, se lui decideva che si andava a
destra, collare a strozzo o no, si andava a destra. Punto. Il fatto che io
fossi magro, ci crediate o no, ai limiti della presunta denutrizione e che ogni
suo scossone potesse provocarmi la disarticolazione della spalla, era un fatto
puramente marginale.
Devil sorvegliò il giardino e la nostra tranquillità
personale per diversi anni: se qualcuno si avvicinava troppo a mio padre, anche
per abbracciarlo, Devil partiva come un missile e bloccava al volo la mano del
presunto aggressore. Se doveva addentare o mollare la presa lo lasciava
decidere a mio papà, cui si rivolgeva immediatamente con uno sguardo.
Devil arrivava da Palermo dove viveva mia zia Edda, l'ultima
nata (insieme alla sua sorella gemella Giselda), della dinastia matriarcale
generata da nonna Alma, la madre di mia madre, un donnone emiliano che sfornò
una raffica di figli che ogni domenica si riunivano tutti da mia zia Laura per
interminabili pranzi. Più che una famiglia sembrava "Dinasty".
Soprattutto per me, che ero il nipote più piccolo di tutti: ogni
zio, ne avevo sei con rispettivi consorti e famiglie, aveva il suo perché e assumeva
un fascino speciale. Ne avevo così tanti, tutti diversi, oltre a questo esercito
di cugini, tutti molto più grandi di me.
Mia zia Edda era "la zia lontana": viveva a Palermo
in una meravigliosa villa vicino al mare, non lontano da Punta Raisi ed era
proprietaria di una profumeria che sembrava un luna park in via Maqueda, la
profumeria Aline.
Nei miei ricordi di bimbo, avrò avuto cinque, sei anni,
ricordo un'intera estate a casa sua… Ricordo un maggiolone Volkswagen azzurro con
il quale si andava a Palermo, un immenso giardino di terra rossa e grassa, con
tanti alberi, un piccolo porticato che il compagno di mia zia edificò con
grande orgoglio in cemento leggero e ferro battuto e che fu spazzato via da una
notte di vento terribile che arrivava dall'Africa e che intonacò di polvere
rossa la facciata della splendida casa in stile moresco. Quella notte di vento non
risparmiò il canotto, che volò chissà dove, la mia bici con i pedali di
plastica, diversi vestiti lasciati ingenuamente stesi e il porticato, del quale
rimasero per ricordo, piantati a terra, quattro moncherini di cemento leggero.
Troppo leggero…

Ricordo il mare, così diverso da quello di Vesima e Arenzano
dove andavo io, e ricordo la gente: che quando mi parlava non capivo una parola.
Ricordo esclamazioni un po' bizzarre tipo "vastaso…", o qualcosa del
genere, che credo significasse una roba tipo 'mascalzone'. E ricordo anche una
minaccia ("a schifìo finisce!", pronunciata sempre in modo molto
canzonatorio) che fu il tormentone dell'estate.
Da bambino tutto ti sembra più grande, ma la profumeria di
mia zia era gigantesca. Mi ricordo di quando mia zia Edda mi appollaiava dietro
la cassa e mi faceva fare il cassiere: grande onore per me, che a malapena
sapevo contare. Ma prendere tutto quel denaro in mano mi faceva sentire molto
importante: e poi la profumeria era spettacolosa, con un pavimento lucidissimo,
di marmo, un bancone gigantesco che girava tutto intorno al salone, grandissimo;
e due immensi lampadari di cristallo che piovevano dal soffitto.
Mia zia Edda, che parlava a voce altissima e fumava come una
turca, aveva i capelli corti, gli occhi scuri e sapeva sempre di buono: aveva
la pelle profumata ed era abbronzata anche a gennaio. Le lampade solari non
esistevano.
Nel suo giardino ho passato un'intera estate a fare danni,
ascoltare musica con un piccolo mangiadischi a pile (ricordo nitidamente
"Io Vagabondo") e passeggiare insieme a Tencia e Blitz, la mamma e il
papà di Devil. Blitz, cane da guardia inavvicinabile, mi tollerava appena; probabilmente,
come Terminator, mi scansionava con i suoi terribili occhi scuri e mi giudicava
non minaccioso. Mia zia Aurora ne era terrorizzata: tant'è che si teneva in
camera petti di pollo e bistecche, e quando doveva uscire, per stare
tranquilla, glieli tirava. Blitz non le avrebbe mai torto un capello… la mia
zia milanese era il suo pusher di carne.
Tencia invece mi prendeva il polso in bocca e mi portava a
spasso per il giardino come una specie di baby sitter. E quando mi sedevo per
terra si sdraiava dietro di me, e aspettava che mi appoggiassi con la testa sul
suo fianco.
Credo che sia stata Tencia a trasmettermi tutta questa
passione che ho per i cani e gli animali in genere: mi ha svezzato. Quindi
quando lei e Blitz hanno avuto dei cuccioli ho messo a perdere mio padre per
averne uno. E mio papà si è dovuto imbarcare su un traghetto, che lui capitano
di macchina di grandi navi da trasporto chiamava un po' offensivamente "il
ferro da stiro galleggiante", per andare a prendere i cuccioli della zia.
Devil è vissuto fino a 12 anni, prima di lasciarsi andare in
pochi giorni e farmi sempre desiderare di avere un altro cane. Che i miei invece
non hanno voluto mai più.
A mia zia Edda mi legano tanti ricordi d'infanzia…
dolcissimi: anche se era la zia lontana, quella che ho vissuto di meno e che
forse per questo mi ricordo così tanto, dopo così tanto tempo.
Buon viaggio zietta…